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La trama del tessuto, la fibra della pianta, la cellula dell’organismo sono elementi guida nell’arte di Maurizio Molteni e contemporaneamente la pars destruens e la pars construens dei suoi lavori.
Seguendo la linea baconiana, la “parte che distrugge, consiste nell’eliminare gli idoli dei preconcetti e i pregiudizi e liberare la mente. La parte costruttrice, quella creativa, si può esprimere, infatti, solo sulla tabula rasa del conscio, in quanto agisce con gli strumenti dell’inconscio. I lavori di Molteni viaggiano sui solchi della materia, studiandola da vicino, tanto da perdere la memoria del suo aspetto reale e percepirla come un nuovo fatto del mondo vivente.
L’estrazione dell’elemento dalla sua banale esistenza lo porta all’autonomia eccezionale dell’artefatto.
Denitza Nedkova Galleria Wikiarte, 2014
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L’artista comasco ha fatto del suo bagaglio di vita, lavoro e cultura, le basi per forgiare la sua carriera pittorica.
I suoi viaggi nei diversi continenti, le sue esperienze e le sue ricerche in gallerie, atelier, centri culturali e musei hanno contribuito ad affinare un gusto e una raffinatezza che gli erano innati.
Nelle opere di Maurizio, squisitamente informali, leggiamo la profonda inquietudine che contraddistingue la società del nostro tempo. I colori sono caldi, sfumati, percorsi da bagliori di luce, da frammentazioni della materia che si fa viva e dolente.
La materia, appunto, è il centro nevralgico di questa ricerca artistica e personale.
Attraverso la materia l’artista ripercorre il percorso della sua esperienza e il colore è la tinta con la quale l’emozione ha rivestito le esperienze vissute.
Non vi è omogeneità nella stesura del colore sulla superficie tuttavia il passaggio da un colore ad un altro è sempre armonico e sfumato così che nessun aspetto dell’opera appaia a sé stante.
Così come nella vita, anche nelle opere Maurizio Molteni v’è spazio per elementi di contrasto che sembrano differire dall’insieme ma che proprio nell’insieme trovano un senso e una collocazione
Giorgio G. Grasso Seduzioni dell’arte, 2014
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Le tecniche miste di Maurizio Molteni presentano spazi utopici, o alieni, dove la materia pigmentosa in parte si addensa e si raggruma, in parte percorre labirinti fatti di solchi paralleli che trasmettono una sommessa inquietudine. Quello che maggiormente connota queste composizioni è la scelta di un cromatismo freddo, dove il nero, il grigio, il bruno e un biancore sabbioso sono prevalenti. Sono più rare le sperimentazioni su colori più accesi o con sovrapposizioni di strisce di tessuto, ma è costante il gioco degli sfumati e delle dissolvenze tonali, dove gli spessori delle sabbie e dei gessi, miscelati al pigmento acrilico, conferiscono una plasticità da bassorilievo all’impaginato.
Sono mappe di territori deserti, segnati da un intervento energico ed essenziale, che non decade mai nella retorica del decorativismo, e nelle cui titolazioni l’artista sembra a volte fare allusioni a eventi o a memorie personali. Qui la sapiente geometria delle tracce filiformi e la calcolata aprospettictà dell’impianto visivo, che appare captato come una panoramica dall’alto, rivelano un’intenzione creativa motivata più dalla ragione che dall’istinto. Si tratta quindi di un’esecuzione pittorica controllata, che si esercita su un disegno accurato, su una trama ordinata e regolata dalla purezza di forme primarie, e su una calibratura spaziale giocata su minime variabili segniche e cromatiche. Se a prima vista queste opere appaiono come una partitura monocorde, è d’obbligo leggerle in ogni singolo passaggio, con la stessa meticolosità con cui sono state concepite, per apprezzarne l’indiscutibile valenza estetica. Ne è inutile chiedersi quale messaggio esse vogliano trasmettere, in quanto annunciano il senso arcano di un tempo immobile, senza attese, coniugato in una meditazione poetica di ermetica eleganza.
Paolo Levi La materia è il colore, 2010
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Molto introspettivo anche il lavoro di Maurizio Molteni, che però si allontana decisamente dalla figura per privilegiare una rappresentazione più simbolica delle tensioni e delle emozioni umane.
La tecnica utilizzata, dalla stratificazione del colore alla sua asportazione progressiva, suggerisce un lavoro di scavo per giungere alla verità che si nasconde sotto la superficie. Sarà poi il risultato, fatto di sfumature e linee armoniche, zone d’ombra e zone di colore, a dare ogni volta alla materia la sua precisa singola vibrazione.
Alessandro Baito Il senso del colore, 2010
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In una singolare alchimia Maurizio Molteni mischia sabbia, gesso, asfalto e colore acrilico, impasta questi materiali, li stende sulla tela, applica talvolta brandelli di tela juta grazza, sfilacciata, lasciati galleggiare come relitti, come spoglie alla deriva di una memoria inabissata…Poi scava piccoli solchi paralleli nella materia ancora fresca, ancora “viva”, graffia,lascia i suoi segni sulla morbida, docile materia, disegna forme elementari come ellissi, spirali, cerchi concentrici, che hanno non so che di magico, un oscuro, labile, insondabile afflato arcano. Dopo aver stratificato colore e materia, egli procede per sottrazioni, abrasioni, lacerazioni che lasciano intravedere sotto la scorza opaca e ruvida della materia una sorta di luce endogena che profana dal profondo. Il gesto pittorico si manifesta qui in tutta la sua forza primigenia di azione ancestrale: una mano che traccia con l’ausilio di qualche strumento, forse un piccolo rastrello, nella materia viva, lunghi segni regolari, imitando l’azione costante e corrosiva degli elementi essenziali della natura come l’acqua, il sole, il sole, il vento.
Le superfici di Maurizio Molteni ricordano infatti le pareti di roccia scavate dal vento e dalla sabbia del deserto o la sabbia della battigia increspata dal riflusso dall’acqua, o la corteccia di un albero o il fango essiccato, crepato, spaccato dal sole. Anche i colori sono quelli del deserto, e sembra avere a che fare col deserto, in qualche modo, anche il senso come di sospensione del tempo che ci sovviene davanti a queste opere. Come se affondassimo, passo dopo passo, nella materia friabile di queste opere, come se restassimo in qualche modo impigliati, ammaliati invischiati…come se ci perdessimo, girando in cerchio, ubriachi di luce e di sabbia, avendo smarrito l’orientamento, nel deserto della nostra coscienza abbacinata, alla deriva, in un mare di luce e di sabbia…
Virgilio Patarini La materia è il colore, 2010